Gli scenari descrivono una realtà previdenziale difficile, con i lavoratori più giovani destinati a restare più a lungo nel mondo del lavoro.
Una nuova allerta scuote il sistema previdenziale italiano: più si è giovani, più si rischia di andare in pensione tardi.
Questa tendenza, confermata dai dati più recenti, colpisce in particolare coloro che hanno iniziato a lavorare dopo la metà degli anni ’90 e si riflette in un progressivo innalzamento dell’età pensionabile, con impatti significativi sul futuro lavorativo delle nuove generazioni.
L’età pensionabile si sposta sempre più in là
Secondo l’ultimo Osservatorio Inps, l’età media di pensionamento oggi si attesta intorno ai 64 anni, un dato già superiore rispetto alle generazioni precedenti.
Tuttavia, questo traguardo è destinato a slittare ulteriormente, spinto da due fattori principali: l’adeguamento biennale ai dati sulle speranze di vita e l’introduzione di una soglia economica minima per accedere alla pensione di vecchiaia nel sistema contributivo puro.
Il meccanismo introdotto dalla legge Fornero lega infatti l’età pensionabile all’aumento dell’aspettativa di vita: se si vive di più, i requisiti per andare in pensione si alzano, per mantenere sostenibile il sistema previdenziale.
Dopo un congelamento degli aumenti durato otto anni, principalmente a causa della pandemia, dal 2027 è previsto il ritorno dell’adeguamento con un incremento stimato di circa 3 mesi entro il 2029. Sebbene il governo abbia annunciato l’intenzione di bloccare temporaneamente questo aumento, un congelamento definitivo appare impraticabile senza mettere a rischio la stabilità finanziaria della previdenza.
Le stime Istat indicano che le speranze di vita continueranno a crescere di circa due mesi ogni biennio, spostando di conseguenza in avanti l’età pensionabile.

Ciò significa che per i nati negli anni ’80 l’uscita dal lavoro potrebbe avvenire intorno ai 69 anni, mentre per chi è nato negli anni ’90 si potrebbe superare i 70 anni, fino a oltre 71 anni per i nati dopo il 2000. Al contrario, chi è nato negli anni ’60 o ’70 manterrà requisiti più favorevoli, più vicini agli attuali 67 anni.
La soglia economica, una barriera per i giovani lavoratori
Un ulteriore ostacolo riguarda chi ha iniziato la propria carriera lavorativa dopo il 1° gennaio 1996, rientrando così nel sistema contributivo puro. Per questi lavoratori, infatti, non basta aver versato 20 anni di contributi per accedere alla pensione a 67 anni: è necessario raggiungere una soglia minima di assegno, pari almeno al valore dell’assegno sociale.
Nel 2025 questa soglia ammonta a 538,69 euro mensili, ovvero circa 6.993 euro annui, che corrispondono a un montante contributivo di circa 124.677 euro. Per un lavoratore dipendente, ciò implica una retribuzione media di almeno 18.900 euro lordi annui (circa 950 euro netti al mese). Per un autonomo iscritto alla Gestione Separata, la soglia è ancora più alta: circa 24.900 euro lordi annui, oltre 2.000 euro mensili.
Questi parametri rappresentano una sfida per chi ha carriere discontinue, contratti part-time o stipendi bassi, che rischia di non raggiungere la soglia minima e di dover pertanto rimandare l’uscita dal lavoro fino a 71 anni, età prevista per la pensione di vecchiaia contributiva senza requisiti economici.
Anche questo limite è soggetto a un costante adeguamento all’aumento delle aspettative di vita e per i nati negli anni 2000 potrebbe salire fino a 75 anni.