FISCO-Scadenze: 694 di cui 74 a luglio e 45...

AMBIENTE – Caccia: no ai pallini di piombo nelle...

24 gennaio 2011 Comments (0) Dalla home page

MADE IN ITALY- Sindrome cinese: preservare le nostre Pmi

Le comunita artigiane e commerciali delle Province emiliane e venete sono allarmate dal continuo dilagare della manodopera a costo zero prodotta dalle organizzazioni cinesi. Secondo le ultime rilevazioni Unioncamere (3° trimestre 2010) le manifatture di proprieta cinese sono circa 750 a Reggio Emilia, 585 a Padova, 560 a Modena. E ancora, ben 502 nella piccola Mantova e 437 nell’altrettanto piccola Rovigo. I numeri di Prato (3.493) e anche di Firenze (2.347) non sono paragonabili con quelli appena citati, ma non per questo commercianti e artigiani veneto-emiliani che suonano l’allarme non devono essere presi in considerazione. Infatti, se i dati parlano di ditte individuali che agiscono alla luce del sole e sono registrate nelle statistiche ufficiali, nessuno puo formulare nemmeno una stima su quanti siano invece i laboratori clandestini. Sul tema delle irregolarita produttive e del lavoro nero, il deputato del PdL Giorgio Jannone ha “interrogato” i ministri del Lavoro Maurizio Sacconi, dello Sviluppo economico Paolo Romani, dell’Economia Giulio Tremonti e dell’Interno, Roberto Maroni per sapere “quali interventi il Governo intenda attuare al fine di contrastare efficacemente il dilagare del lavoro sommerso”, in modo “da mantenere intatta la filiera di competenze artigianali su cui si basa il Made in Italy di antica tradizione”.

Nell’interrogazione, Jannone ha spiegato che nelle Province attorno al Po o anche in Lombardia i ritrovamenti da parte delle forze dell’ordine di “fabbriche fantasma” non fanno piu notizia. Finiscono nelle brevi. E nei mesi scorsi la Confartigianato di Treviso per richiamare l’attenzione ha organizzato un incontro pubblico con la Guardia di finanza, il cui obiettivo era proprio quello di fare il punto sulla strategia di contenimento delle illegalita nella produzione di abbigliamento, scarpe e divani. In Brianza, la capitale del mobile Made in Italy, a fine settembre 2010 si e verificata a Muggio l’esplosione di un laboratorio cinese. L’avanzata asiatica nel manifatturiero padano e lenta e silenziosa. Fanno molto di piu scalpore le acquisizioni di bar e osterie (alcuni di nome) comprati con trattative lampo, tanto che il regista Marco Paolini ha iniziato a girare un film sui rapporti tra cinesi e veneti ambientato in un’osteria venduta. A Padova alcuni esercizi nelle vicinanze del centro storico sono stati acquistati in contanti per 6-700 mila euro e, dopo un periodo di gestione diretta, i cinesi hanno assunto camerieri e conduttori italiani per evitare di perdere clienti. Secondo Ferdinando Zilio, della Confcommercio di Padova, in tutto il Veneto sono circa 2 mila i bar, ristoranti e osterie acquistati con modalita poco chiare. La compravendita e molto meno frequente nell’industria. La tendenza degli operatori cinesi in questo caso e quella di articolare la loro presenza lungo l’intera filiera, dal capannone o sottoscala che produce calze e vestiti fino alla bancarella che li vende nei mercati di paese. Oppure di aprire in posizioni strategiche dei centri di ingrosso, come nel caso di Padova, dove si puo comprare di tutto, dalla frutta e verdura all’orsetto di peluche. Il guaio e che molti di quei prodotti, provenienti dalle fabbriche tutte intorno, recano l’etichetta Made in Italy e vengono venduti in gran quantita a sloveni e austriaci.

Anche nel mantovano quasi con cadenza mensile, ha rimarcato ancora Jannone, viene scoperta qualche piccola fabbrica clandestina caratterizzata da un grande locale dove si cuce, si mangia e si dorme. Le aree a maggiore concentrazione di ditte cinesi sono segnalate attorno al distretto della calza di Castelgoffredo o nei maglifici adiacenti ai comuni di Poggio Rusco e Quistello. Non e chiaro quanto e come i cinesi lavorino per grandi aziende italiane e se abbiano sostituito o meno i vecchi contoterzisti della zona. Se queste ipotesi fossero verificate, bisognerebbe affermare che la penetrazione della manifattura cinese all’interno dell’indotto industriale italiano e avvenuta lentamente, giorno dopo giorno, radicandosi sempre di piu. Anche a Rovigo, come gia a Mantova, non si tratta pero di un insediamento diffuso, non esistono Chinatown o grandi centri di smistamento ma un lento ingresso nella subfornitura. Nella provincia di Modena e il distretto di Carpi a catalizzare l’attenzione delle nuove ditte cinesi, quelle regolari e quelle non. Qui la Cna locale stima che a fronte di un’azienda emersa ce ne siano almeno quattro sommerse. Per avere dati precisi, suggeriscono, forse occorrerebbe analizzare i consumi notturni di energia elettrica visto che le manifatture fantasma lavorano anche quando gli altri dormono. Modena pero offre molte altre occasioni e cosi ditte cinesi sono presenti nel settore della ceramica e addirittura in quello del biomedicale. Aveva fatto scalpore qualche settimana fa la presenza a una fiera specializzata di un’impresa cinese della meccanica per ceramiche con tanto di brand Modena Machinery. A Reggio Emilia, citta multietnica ormai per eccellenza, attorno alla stazione centrale esiste una piccola Chinatown con tanto di bar italiani conquistati, mentre gli insediamenti nel manifatturiero sono piu nella parte a sud della Provincia attorno ai comuni di Correggio, Brescello, Ca’ del Bosco. I laboratori spesso sono ospitati in case coloniche e anche in questo caso e il distretto della maglieria di Carpi a esercitare attrazione”.

In prima fila a denunciare i rischi dell’invasione cinese, ha reso noto Jannone, sono le organizzazioni di piccoli gruppi. A Firenze nel 2010 e stata la Cna a mobilitare i propri artigiani davanti al rischio che la pelletteria locale passasse sotto l’egida delle organizzazioni cinesi. L’ufficio studi nazionale della Confartigianato ha elaborato un’analisi sulla presenza in Italia, sulle rimesse di denaro in Cina e sulle caratteristiche socioculturali delle loro comunita. Risultato: ogni cinese in Italia ne mantiene 4 in Patria e nonostante la grande crisi l’attivita di money transfer nel 2009 continuava ad aumentare a tassi superiori al 20 per cento mentre quella degli immigrati di altri Paesi faceva segnare per la prima volta una contrazione. Le comunita cinesi sono anche quelle che meno utilizzano servizi pubblici e privati per l’inserimento nel mercato del lavoro, non sono minimamente interessate al riconoscimento del titolo di studio conseguito in Patria e sono anche le meno portate a utilizzare l’italiano sul luogo di lavoro. Finora allarmi e denunce sono rimaste nell’ambito associativo e non si segnalano episodi di intolleranza.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.