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14 febbraio 2012 Comments (0) Dalla home page

UE-Bioeconomia: Italia citata come esempio

La Ue vuole rendere strategiche, sia le risorse naturali della terra e del mare, sia i rifiuti dei cittadini europei, per trasformarli, con un basso impatto sull’ambiente, in crescita e occupazione. L’obiettivo ultimo e alleggerire il bilancio delle famiglie, riducendo il costo dell’energia e dei trasporti nella borsa della spesa. E’ la ‘bioeconomia’ che in Europa vanta gia un fatturato di circa 2.000 miliardi di euro, impiegando oltre 22 milioni di persone, il 9% dell’occupazione complessiva dell’Ue.

La nuova strategia per indirizzare l’economia europea verso un piu’ ampio e sostenibili uso delle risorse rinnovabili e’ stata presentata dalla commissaria alla ricerca e innovazione, Maire Geoghegan-Quinn, che ha lavorato in sinergia con il vicepresidente della Commissione Ue Antonio Tajani e i commissari all’agricoltura Dacian Ciolos, alla pesca Maria Damanaki e all’ambiente Janez Potconik. Per Geoghegan-Quinn l’Europa deve passare a un’economia ‘post-petrolio’ ad una societa fondata su basi biologiche”. E come esempio ha portato l’Italia e il progetto IBP di Crescentino (Vercelli), che sara il piu grande impianto al mondo per la produzione di bio-etanolo a partire dalla biomassa agricola con una produzione di circa 40mila tonnellate l’anno, a partire da giugno 2012.

Secondo la Ue, c’e ancora un grosso potenziale da sfruttare poche ”per ogni euro investito in ricerca e innovazione nella bioeconomia, la ricaduta in valore aggiunto sara pari a dieci euro entro il 2025”. I settori interessati sono agricoltura e foreste, con biomassa e cellulosa, la pesca con l’utilizzo delle alghe, l’alimentare con i rifiuti biodegradabili, per produrre pasta di carta, carta, e far funzionari comparti dell’industria chimica, biotecnologica ed energetica.

Quanto allo smaltimento dei rifiuti alimentari, basti pensare che costa al contribuente europeo tra 55 e 90 euro la tonnellata e produce 170 milioni di tonnellate di Co2. Su chi fare leva? In primo luogo le Regioni – ha sottolineato la Commissione – che gestiscono il 65% dei fondi per centralizzare acquisti e quindi potrebbero introdurre, se non lo fanno gia, l’elemento sostenibilita nelle gare d’appalto.

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