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25 maggio 2016 Comments Off on LAVORO-Precariato: 800mila voucher nel 2015, i settori commercio e turismo principali utilizzatori con il 30% del totale Dalla home page

LAVORO-Precariato: 800mila voucher nel 2015, i settori commercio e turismo principali utilizzatori con il 30% del totale

Qualche giorno fa l’ISTAT ha aggiornato i dati previsionali per l’economia italiana 2016. A livello economico, il PIL italiano dovrebbe crescere dall’0,8% al 1,1%. Parte della crescita è alimentata dall’aumento positivo della domanda interna, di circa 1,3 punti percentuali.

Segnali positivi si riscontrano anche in termini di crescita dell’occupazione. Già nel 2015 la situazione è migliorata, anche se a ritmi molto contenuti. L’occupazione ha registrato una variazione dello 0,1% e la disoccupazione è diminuita passando dall’ 11,6 % di gennaio all’ 11,4% di marzo.

“Seppure i dati sembrino confortanti, da un’analisi approfondita si evince che in realtà esistono ancora delle problematiche per il mondo del lavoro. Riprendendo i numeri, la riduzione della disoccupazione non si è trasformata in occupazione, almeno non nella medesima proporzione in termini percentuali – 0,1% contro la diminuzione della disoccupazione del 0,2% – spiega Simone Colombo ( nella foto), consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing – Parte di quei lavoratori teorici si sono trasformati in inattivi, ovvero persone che sono uscite volontariamente dal mercato del lavoro”.

Sia la ricerca Istat che i dati INPS parlano di una diminuzione delle nuove assunzioni a tempo indeterminato per il 2016. In sostanza, la riduzione degli incentivi ha frenato questo tipo di contratti a favore di contratti precari a tempo determinato. “La realtà è che il precariato sta aumentando di nuovo, stavolta attraverso riutilizzo di contratti a tempo determinato. Significativo in questo senso è il dato relativo al considerevole utilizzo dei voucher lavoro per prestazioni occasionali (aumentati del 45,6%). I voucher sono strumenti nati per gestire attività lavorative accessorie svolte in maniera occasionale e per importi non elevati. Inizialmente si pensava che questo strumento potesse far emergere alcune situazioni critiche spesso collegate ad attività di lavoro nero, si pensi al personale in bar o pizzerie nel week end, ai lavori in agricoltura o altre attività saltuarie”, specifica ancora Colombo. I settori commercio e turismo sono quelli con il maggior numero di attivazione voucher. Secondo i dati INPS, il settore commercio occupa il 17,5%  dei numero di voucher venduti, mentre il settore turismo il 13,6%. Insieme gli esercizi rappresentano quindi il 30% del numero complessivo di voucher venduti. Se l’età media degli utilizzatori inizialmente era tra i 50-60 anni, dal 2014 ad oggi si è sensibilmente ridotta a 36 anni. Sempre più persone ne fanno utilizzo o perché disoccupati o perché in situazione di cassa integrazione o naspi (indennità di disoccupazione). A testimonianza di ciò la statistica INPS ci mostra come il numero di “nuovi lavoratori”, ovvero gente registrata e che ha ricevuto i voucher per la prima volta sia passata da 433.000 nel 2013 a 669.000 nel 2014 fino a superare il numero di 800.000 nel 2015.  Purtroppo oggi la procedura permette un utilizzo distorto dello strumento e da più parti si denuncia il fatto che spesso i voucher vengono utilizzati al solo fine di evitare sanzioni importanti, ma nascondono comunque attività in nero o non correttamente inquadrate e retribuite. “Il Ministero sta cercando soluzioni operative che agevolino le ispezioni ed il giusto monitoraggio anche perché l’utilizzo di questo strumento, soprattutto per rapporti di lavoro con i giovani diventerà un problema sociale quando si dovranno conteggiare i contributi per la pensione in futuro”, aggiunge Colombo.

Il jobs act si è di fatto rivelato inefficace anche sul fronte precari: “Nel 2015 molte delle nuove assunzioni in realtà implicavano la trasformazione di vecchi contrari precari, non dando vita quindi a nuova occupazione ma a uno ‘spostamento’ della forza lavoro da un contratto ad un altro”, specifica Colombo. A nulla è servito in questo senso la forte limitazione ai contratti a progetto. Nel primo trimestre 2016 si registrano 428.584 nuovi contratti a tempo indeterminato, con 377.497 cessazioni, per un saldo di sole 51.087 unità. Paragonato al saldo 2015 di 224.929 si ha di fatto una riduzione del 77% in termini di contratti a tempo indeterminato.

“Le politiche non economiche hanno avuto un effetto temporaneo, mentre in realtà la soluzione al problema occupazionale andrebbe ricercata nella mancanza di domanda, che causa crisi dei consumi, più che nelle “regole “ del mercato del lavoro”. A testimonianza di ciò, le previsioni dell’Istat evidenziano come la crescita non sia comunque supportata da nuovi investimenti e questo incide negativamente sull’occupazione stabile. Strutturalmente l’economia italiana ha tassi di crescita della produttività molto bassi. Se anche gli investimenti diminuiscono difficilmente si potranno avere risultati positivi in termini di crescita produttiva in mercati non di nicchia o che comunque risentono considerevolmente dei costi di produzione. In sostanza si investe poco per migliorare o automatizzare i processi oltre che in nuove tecnologie utili a migliorare il lavoro. Questo è uno dei fattori che potrebbe aumentare la domanda.

“In pratica non si investe per migliorare la produttività e di fatto per creare occupazione. I risultati sono ancora peggiori se si analizzano le fasce di età. Purtroppo l’Italia occupa il terzo posto a livello europeo in termini di disoccupazione giovanile. Il tasso italiano di disoccupazione dei giovani fra 15 e 24 anni è pari al 37,9% contro il 22% della media europea”.

Dal 2007 ad oggi i tassi di disoccupazione giovanile sono passati dal 18% al 19,4%, fino al 37,9% di oggi. “Una riforma dell’istruzione sarebbe fondamentale, è troppo ampio ormai lo ‘scollamento’ tra il sistema scuola e il mondo del lavoro, a cui i ragazzi arrivano totalmente impreparati”, conclude Colombo.

L’Italia è fanalino di coda anche per l’occupazione femminile. Le donne occupate sono al 47,2% e sintomatico anche il fatto che il 22,4% delle madri lavoratrici ha perso il lavoro dopo due anni dalla gravidanza.

 

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