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8 febbraio 2012 Comments (0) Approfondimenti

FISCO-Exit tax: imprese, cambia il trasferimento all’estero

L’articolo 91 del Dl 1/2012 (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 19 del 24.01.2012), e nello specifico l’introduzione del comma 2-quater, hanno modificato la disciplina dell’exit tax italiana, in precedenza regolata dall’articolo 166 del Tuir. Il nome di questa imposta si deve al fatto che, essendo collegata a un trasferimento interstatale di azienda, questa rappresenta di fatto l’ultima pretesa fiscale dello Stato di abbandono, ovvero l’ultima occasione per far valere il principio di collegamento in base al territorio dei redditi alla residenza dell’imprenditore che migra.

L’obiettivo della riforma e quello di allineare la normativa italiana a quella degli altri Stati Europei. L’exit tax attribuisce al trasferimento all’estero della residenza di un’azienda (con conseguente cambio di residenza anche ai fini d’imposta) il realizzo, a valori normali, dei componenti e dei beni aziendali a meno che non questi non siano confluiti in un’organizzazione stabilmente collocata nel territorio dello Stato. Secondo quanto espressamente previsto dal comma 2, i fondi in sospensione d’imposta, compresi quelli tassabili in caso di distribuzione, relativi all’ultimo bilancio precedente il trasferimento, sono comunque assoggettati a tassazione a meno che non siano stati ricostituiti nel patrimonio contabile della stabile organizzazione.

La disciplina fiscale attuale prevede dunque che, in caso di chiusura di un’attivita economica in Italia per aprirne un’altra nel territorio di uno degli Stati della Comunita Europea, il trasferimento costituisce realizzo, al valore normale, dei componenti dell’azienda. Questa previsione e evidentemente un ostacolo al trasferimento aziendale all’interno dell’Unione ed e quindi in contrasto con il principio di liberta di stabilimento, che permette di scegliere appunto in quale Paese stabilire la propria attivita e rientrante nei diritti fondamentali dell’UE. In particolare l’articolo 49 del trattato di funzionamento dell’Unione Europea stabilisce che “le restrizioni alla liberta di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro vengono vietate”.

Appare dunque lapalissiano come la modifica legislativa sia stata dettata dalla necessita di evitare che il nostro Paese fosse a rischio di procedura d’infrazione, come gia avvenuto con la n. 2010/4141. Il comma 2-quater ha eliminato proprio il riferimento al “realizzo sistematico” per il trasferimento della residenza aziendale in Stati dell’Unione Europea o firmatari dello Spazio economico europeo e rientranti nella white list, con i quali quindi l’Italia ha stipulato un accordo di reciproca assistenza in tema di riscossione dei crediti tributari (grazie a questi accordi tributari dunque lo Stato di provenienza si assicura l’eventuale futuro recupero delle imposte latenti, quando (e qualora) si conretizzino le condizioni di realizzo). In questi casi il titolare dell’azienda puo richiedere la sospensione degli effetti del realizzo, ovvero dell’imposta dovuta sui componenti positivi di reddito non realizzati al momento del trasferimento di sede del soggetto passivo.

Per molto tempo la tax exit e stata vista come una illegittima imposta di uscita, pur considerando che verosimilmente l’impresa stia trasferendo la residenza verso un Paese fiscalmente piu conveniente. In realta tecnicamente si tratta di un’imposta di chiusura delle componenti di reddito prodotte fino al momento del trasferimento. La situazione pero diventa piu delicata e ambigua nel caso di redditi latenti, ovvero non ancora effettivamente prodotti e quindi in concreto non tassabili. All’uopo il legislatore e intervenuto in primis l’articolo 20bis e, poi di nuovo, con l’articolo 166 del Tuir, stabilendo l’anticipazione della tassazione delle poste latenti al momento del trasferimento. Ma proprio questa attualizzazione delle imposte e stata oggetto di dispute dottrinali e giurisprudenziali.

In ogni caso la legge e stata modificata (anche in seguito alle raccomandazioni della Commissione europea del 2006). Nella stessa direzione si era espressa anche la Corte di giustizia, con sentenza del 29 novembre 2011 sottolineando come l’imprenditore che decida di trasferire la sede dell’azienda all’estero non possa essere penalizzato. Il regime della sospensione appare peraltro un buon compromesso per la tutela dell’imprenditore da un lato e dell’Erario dall’altro. (Fonte: Investire Oggi)

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