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23 novembre 2012 Comments (0) Approfondimenti

CRISI-Italia: a bassa tecnologia.E l’economia perde colpi

C’e qualcosa che non va. L’economia italiana perde colpi. Non solo durante la crisi e per la crisi: lo faceva anche prima, negli anni in cui altri Paesi correvano piu o meno spensierati, e, presumibilmente, lo fara quando tornera la ripresa.Nel XVII Rapporto sull’economia globale e l’Italia del Centro di documentazione e ricerca Luigi Einaudi («Sull’asse di equilibrio»), curato da Mario Deaglio, docente di Economia internazionale all’Universita di Torino, e presentato a Milano nella sede di Ubi Banca, c’e una nota pessimistica in uno scenario che, tutto sommato, e meno negativo – per esempio – di quanto mostrino le proiezioni dell’Fmi, che prevede un 2013 ancora in recessione.

Qualcosa si e rotto. E accaduto un po’ ovunque, tra i paesi avanzati, al punto che si puo parlare di un mondo in cerca di un nuovo assetto. In Italia, pero, la situazione sembra piu grave: i problemi comuni sono qui piu gravi e, in piu, c’e qualcosa di “tutto nostro”. E infatti la struttura dell’economia italiana, piu delle sue vicende cicliche, a preoccupare. Come il paese se avesse esaurito la sua spinta propulsiva, in un mondo in rapidissimo cambiamento.

E una tesi non del tutto nuova, Ma l’analisi di Deaglio e dei suoi collaboratori e interessante perche allarga il discorso a temi che esulano un po’ da quelli classicamente macroeconomici, che pure non sono tralasciati. Molto spazio viene cosi speso – ancora una volta, e giustamente – al fatto che l’Italia e sempre piu specializzata au tecnologie basse e medio basse («in cose che non sono necessariamente le migliori», spiega Deaglio), mentre le nostre eccellenze tecnologiche, anche se a volte particolarmente “brillanti”, pesano molto poco sulla produzione totale: non fanno massa critica.

I settori che hanno in Italia un peso superiore alla media dei grandi d’Europa (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna) restano quelli tradizionali, molto aperti peraltro alla concorrenza internazionale. «Si tratta di comparti che utilizzano processi produttivi reltivamente facili da imitare e replicare all’estero, che richiedono investimenti, sul marchio piu che sulla ricerca di base e che si trovano a concorrere sul prezzo con produttori provenienti da paesi il cui costo del lavoro e piu basso».

«Rimane il dubbio – aggiunge lo studio – sui rapporti di causa ed effetto». Nel senso: pesa «l’assenza (o meglio la chiusura nel corso degli anni 80-90) di numerose grandi imprese elettroniche e chimiche, oppure la chiusura e stata almeno in parte determinata dall’incapacita del sistema italiano di fornire in quantita sufficiente quegli ingredienti immateriali indispensabili per la crescita di comparti ad alta tecnologia?».

Il rapporto non fornisce una risposta. A tratti sembra pero suggerirla, la dove l’analisi si allarga a temi che riguardano la cultura italiana, nel senso dei nostri modi di vita e di pensare piu diffusi. L’idea del XVII rapporto e che i punti di forza del nostro paese, di fronte alla globalizzazione, si sono trasformati improvvisamente in punti di debolezza. Spiazzando l’intero paese. Deaglio, parlando della cultura d’impresa, ha fatto l’esempio della nostra stabilita dei vertici aziendali, che oggi perde terreno rispetto al gioco di squadra dinamico («E davvero una squadra, quasi un’orchestra»); alle rapide gerarchie, che prevedono livelli aziendali piu numerosi rispetto all’estero, dove domina invece la “collaborazione” (nel senso dell’organizzazione orizzontale); alla contiguita tra finanza e famiglia, oggi incapace di reggere alla sfida delle aziende che attingono al mercato finanziario; e al ricorso, per il finanziamento, alle risorse ormai insufficienti del credito bancario e dell’autofinanziamento, laddove le imprese migliori si rivolgono ai mercati finanziari.

Emerge che un tempo l’azienda italiana, con le sue specificita, era sinonimo di flessibilita, mentre oggi e difficile immaginare in questi termini le sue caratteristiche. «Il modello imprenditoriale italiano – spiega Deaglio nel rapporto – ha garantito molti successi sui mercati nazionali e internazionali, ma ha dovuto affrontare una sfida considerevole con l’estendersi della produzione decentrata derivante dall’applicazione dell’elettronica, che implica la riduzione delle gerarchie e la possibilita, da parte dei responsabili di varie aree aziendali, di agire con forte autonomia. L’imprenditore non comanda piu un reggimento, allena una squadra di calcio; e non sempre, o forse quasi mai, un buon colonnello e anche un buon allenatore». Perdite di occasione d’affari, di quote di mercato e ostacoli al reperimento di risorse finanziare sono i costi, ormai preponderanti, della tradizione italiana. Molti imprenditori, anche noti, sono cosi costretti a cedere le aziende a stranieri.

Sarebbe sbagliato pero cercare la causa del declino solo nelle “abitudini” degli imprenditori (che pure restano, nel bene e nel male, protagonisti). E proprio una cultura diffusa a creare la “decrescita infelice” italiana. Deaglio e i suoi collaboratori parlando di “sindrome di Milocca”, ispirandosi a Luigi Pirandello e alla sua novella Le sorprese della scienza. Nel racconto Milocca (oggi Milena, in provincia di Caltanissetta) appariva come un paese privo di acqua, di elettricita, di strade e mezzi di trasporto, nel quale i cittadini, ferratissimi in scienza e tecnica, rinviavano ogni decisione in continua attesa della “prossima, migliore scoperta”. Ogni innovazione e considerata, in Italia, come una minaccia alla comunita e al suo habitat; e come inadeguata agli obiettivi, alla luce di migliori,e spesso future, tecnologie. La ricetta perfetta dell’immobilismo. (Fonte: Il Sole 24 Ore)

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