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Lavoratori equiparati a coloro che hanno esportato illegalmente capitali all'estero

Sono oltre 55mila le lavoratrici e i lavoratori italiani occupati in Svizzera - nei Cantoni di frontiera Ticino, Vallese e Grigioni - con il permesso di frontaliere rilasciato dalle autorità elvetiche in quanto residenti in Italia, principalmente nelle province di Varese (circa 17mila) e Como (circa 15mila), ma il numero dei frontalieri è destinato ad accrescersi per effetto della mobilità occupazionale e delle disposizioni di legge che regolano l'accesso al mercato del lavoro elvetico. Tali modalità sono frutto degli accordi bilaterali stipulati con l'Unione europea da cui consegue l'introduzione della libera circolazione delle persone e delle facilitazioni in materia di permessi di residenza, ma tutto ciò esige una rinnovata considerazione da parte del Governo italiano sul nuovo status dei lavoratori frontalieri in termini d'informazione a proposito delle questioni fiscali. A sottoporre il problema al ministro dell'Economia e delle finanze, Giulio Tremonti, un'interrogazione di cui  Alberto Fluvi del Pd (nella foto) è primo firmatario.
Nell'interrogazione si legge che le lavoratrici e i lavoratori frontalieri occupati in Svizzera ai sensi dell'articolo 1 dell'Accordo tra Italia e Svizzera del 3 ottobre 1974 (Accordo tra la Svizzera e l'Italia relativo all'imposizione dei lavoratori frontalieri ed alla compensazione finanziaria a favore dei Comuni italiani di confine), sono soggetti - per quanto riguarda salari, stipendi ed altri elementi facenti parte della remunerazione che ricevono in corrispettivo di un'attività dipendente - all'imposizione fiscale soltanto in Svizzera.Una parte di circa il 40% del gettito fiscale proveniente dalla summenzionata imposizione, ai sensi degli articoli 2, 3 e 4 dello stesso Accordo, viene retrocessa ogni anno al Ministero dell'economia e delle finanze italiano quale compensazione finanziaria per le spese sostenute dai comuni italiani di confine.
I lavoratori e le lavoratrici frontalieri occupati in Svizzera hanno denunciato nei giorni scorsi il timore che con l'applicazione del provvedimento sullo scudo fiscale varato dal Governo italiano si troveranno ad ottemperare alle disposizioni del monitoraggio fiscale e dello stesso scudo: i frontalieri - già alle prese con l'instabilità occupazionale che si registra in Svizzera e con i licenziamenti che hanno colpito molti di loro, nonché le complicazioni che insorgono quanto si svolge attività lavorativa all'estero e si risiede in Italia - esprimono forte preoccupazione per l'inadeguata considerazione verso le questioni da loro poste, temendo inoltre di essere equiparati a coloro che hanno esportato illegalmente capitali all'estero.
La lotta all'evasione e agli illeciti finanziari è sacrosanta, ma in questo caso non si parla di persone che hanno trovato rifugio nei paradisi fiscali, bensì di persone che, pur in condizioni gravose e difficili (basti pensare ai passi alpini), hanno pagato le tasse ed hanno contribuito a sviluppare l'economia dei comuni di confine e ad aumentare la ricchezza del nostro Paese ma, accanto alla questione dei frontalieri in attività lavorativa, vi è quella altrettanto preoccupante degli ex-emigrati rientrati in Italia, iscritti in precedenza all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire); l'Agenzia delle entrate, nell'ambito dell'azione di contrasto agli illeciti finanziari internazionali, ha inviato circa 40 mila comunicazioni a contribuenti che negli ultimi cinque anni sono stati iscritti all'Aire. Il questionario allegato alla comunicazione, oltre a richiamare alcuni specifici obblighi dichiarativi, reca le sanzioni previste in caso d'inosservanza. Al riguardo, occorre distinguere tra chi ha preso a residenza fittizia nei paradisi fiscali per evadere il fisco e chi all'estero, nel nostro caso in Svizzera, ci è andato per lavorare. L'Agenzia delle entrate, per altro, ha posto una scadenza di 30 giorni per la restituzione dei questionari, un termine strettissimo per una direttiva diramata all'improvviso.
L'applicazione dello scudo fiscale ha creato forti tensioni e nervosismo oltralpe, tanto che nel Canton Ticino sono in atto dure proteste contro il nostro Paese, proteste che minacciano addirittura modifiche all'accordo sui ristorni, che inevitabilmente colpirebbero senza motivo i lavoratori frontalieri; giova ricordare, per altro, che in base agli accordi bilaterali Svizzera-UE, un crescente numero d'imprese italiane, in particolare dalle regioni di confine, esportano servizi e prestazioni nei Cantoni elvetici confinanti, alleggerendo in tal modo le difficoltà con cui si confrontano l'economia e il mondo del lavoro a causa della crisi finanziaria globale.
UN problema di non poco conto sul quale, il deputato chiede se il Governo non reputi necessario assumere iniziative urgenti per riconoscere ai cittadini italiani suddetti l'esonero dallo scudo fiscale e dal monitoraggio fiscale, come già accaduto in altre situazioni similari, contribuendo in tal modo a riportare anche la dovuta serenità nei rapporti con i Cantoni svizzeri in cui operano in nostri concittadini.

 

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