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7 marzo 2010 Comments (0) Approfondimenti

IMPRESE – Italia: al femminile è “un’impresa”

La crisi non risparmia nessuno ma le Pmi guidate da donne “reggono” meglio perche le imprenditrici non si scoraggiano facilmente. A evidenziare una maggiore resistenza alla crisi e il secondo rapporto nazionale sull’imprenditoria femminile, prodotto da Unioncamere e dal Ministero per le Pari opportunita. Tra settembre 2008 e settembre 2009 e scomparso il 2% delle aziende con a capo un uomo, a fronte di un -1,6 di quelle condotte da donne. Nello stesso periodo, circa il 60% delle titolari di impresa ha visto diminuire il giro d’affari, ma oltre l’80% e riuscito a non licenziare la gente che lavora per loro.

Le imprese “rosa” sono piu diffuse al Centro-Sud, operano preferibilmente nel commercio, in agricoltura e nei servizi alle persone e soprattutto crescono due volte piu della media nazionale. Nel 2009, da una ricerca, condotta dal Censis per conto dell’Osservatorio sull’imprenditorialita femminile voluto dal gruppo nazionale Terziario Donna Confcommercio, emerge che negli ultimi decenni il vero elemento innovativo riguardo l’occupazione femminile viene dal terziario. Su 100 imprese, infatti, piu di 15 si concentrano in questo comparto, con un incremento di circa il 10%. Quanto alla forma giuridica, e l‘impresa individuale quella preferita: nel 2008 erano piu di 500mila (quasi il 60%) seguite dalle societa di persone (oltre 350 mila, pari al 40%) e dalle societa di capitali. In forte crescita quest’ultime, che sono raddoppiate negli ultimi quattro anni. Ma, nonostante l’exploit, ancora coprono lo 0,3% appena del settore.

Significativo e l’aumento delle donne immigrate. Nel 2008 erano 30mila quelle impegnate nel Terziario. Non solo. I numeri mostrano un vero e proprio effetto di sostituzione strisciante, anche per il calo delle imprenditrici italiane, con una vitalita imprenditoriale non limitata ai tradizionali ambiti, ma estesa anche ai settori produttivi piu evoluti.

Il progressivo invecchiamento delle imprenditrici del settore rappresenta indubbiamente un problema. Il fenomeno, che per altro riguarda le donne come gli uomini, e probabilmente figlio di due fattori: gli impedimenti nell’accesso, legati alle difficolta di trovare le risorse per avviare un’attivita autonoma; e il lento passaggio generazionale interno alle imprese terziarie. I numeri parlano chiaro: piu della meta delle imprenditrici ha tra i 30 e i 50 anni, una su tre e tra i 50 e i 70, mentre quelle al di sotto dei 30 anni non arrivano al 10%. Categoria che, oltretutto, negli ultimi quattro anni ha registrato un calo del 13%, mentre tutte le altre classi d’eta sono in crescita: +2% tra i 30 e i 49 anni, +4% tra i 50 e i 69 anni e, soprattutto, +20% tra le imprenditrici con piu di 70 anni.

Mentre si segnala un piu alto livello di istruzione delle donne (sono laureate il 24%) rispetto agli uomini (21%), il fatto che quasi il 12% delle donne imprenditrici del terziario e separato (gli uomini sono il 7,5%) dimostra la difficolta di associare impegni professionali e vita familiare. Inoltre, in Italia dare vita a un’attivita imprenditoriale al femminile spesso si trasforma in una sorta di gara a ostacoli. Per mettersi in proprio a volte una donna deve “fare un’impresa” nel vero senso della parola. Problematico rapporto con le banche, scarsi incentivi, difficile gestione della vita familiare, senza contare una certa prevenzione diffusa. L’arretratezza italiana nell’affrontare la “questione femminile” nel mercato del lavoro autonomo (ma anche in quello dipendente, occorre ricordarlo) e testimoniata da molti aspetti: si va dalla carenza di servizi di base e opportunita (asili nido, orari flessibili ecc) alla scarsita di finanziamenti (la legge 215/92 sulle “azioni positive per l’imprenditoria femminile e un guscio vuoto, essendo priva di fondi) o alla difficolta di accedervi. A questo proposito, esiste si una “porta” di ingresso, rappresentata dall’art. 9 della legge 53/2000 che introduce misure a sostegno della flessibilita del lavoro, anche autonomo. Ma di fatto si tratta di una “porticina” di assai difficile accesso per le piccole e medie imprese a causa degli adempimenti troppo complicati.

Per capire quanto siamo indietro, vale la pena di leggere l’ultimo rapporto 2009 sulle pari opportunita tra uomini e donne stilato dal World Economic Forum. Nella classifica stilata dal Wef, al primo posto si piazza l’Islanda, davanti a Finlandia, Norvegia e Svezia. Seguono Nuova Zelanda, Sudafrica, Danimarca e Irlanda e via via tutti i big europei: la Germania e 12esima, il Regno Unito 15esimo, la Spagna 17esima e la Francia 18esima. E l’Italia? E’ alla 72esima posizione superata da Vietnam, Romania, Paraguay, ma ancora avanti, anche se di poco, alla Tanzania, e terz’ultima in Europa. A spingere l’Italia nella retroguardia e soprattutto l’indice di “partecipazione e opportunita nell’economia” (96esimo posto), a causa delle disuguaglianze rispetto agli uomini nei salari (116esimo posto), nel reddito da lavoro (91esimo) e nella partecipazione alla forza lavoro (88esimo). Solo una donna su due fa parte della popolazione attiva (gli uomini sono tre su quattro) il reddito medio femminile e la meta di quello maschile, mentre la disoccupazione “rosa” e il doppio di quella degli uomini.

Una ricerca Isfol (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) ha appurato che, a parita di tutto, una lavoratrice autonoma guadagna il 30% di meno rispetto agli omologhi maschi. Questo per la semplice ragione che una donna imprenditrice troppo spesso in Italia e anche molto altro: madre, moglie, figlia-badante ecc. Cioe, i ritardi culturali e sociali del nostro paese la costringono a farsi carico di tutta una serie di responsabilita che finiscono per pesare negativamente sul suo fare impresa.

(Fonte: Confcommercio)

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