Fondato e diretto da Laura Cherubini: direttore@impresamia.it - Redazione: redazione@impresamia.it - Pubblicità: commerciale@impresamia.it
News
LAVORO - Outlet: ecco quelli disponibili a esaminare cv LAVORO - Fotovoltaico: dai gestori di impianti a figure commerciali LAVORO - Agenti commerciali: Adecco ne cerca 700 in tutta Italia per Enel Energia LAVORO - Riforma: alla luce degli ultimi eventi luttuosi, sindacati revocano iniziative lavoratori agricoli IMPRESE - Stipendi lordi: Cgia, il prelievo fiscale li supera di oltre la mrtà CRISi - Fatturato industria: Prometeia, quest'anno -2,7%. Ripresa nel 2013 CRISI - Governo Monti: negli ultimi sondaggi è peggiorata la fiducia degli italiani CRISI - Agenzie di debito: Adiconsum scrive e chiede al ministro degli Interni di regolamentarle ROMA CAPITALE - Secondo decreto: pubblicato in Gu del 18 maggio TURISMO - Viaggi di nozze: Italia imbattibile anche per coppie Usa FISCO - Evasione: Gdf, a Roma, quasi tutti i negozi cinesi non rilasciano scontrini CRISI - Anziani: boom della vendita di immobili in nuda proprietà SICUREZZA IT - Imprese: Kaspersky Lab e InfoWatch diventano indipendenti IMPRESE - Opportunità: al via ciclo di convegni della Rete d’Impresa Intesa Lavoro LAVORO - Formazione: corsi europei tratti da Eucgroup Bruxelles newsletter (Pubblicità) LAVORO - Giovani: non occupati 45mila posti "manuali". Bortolussi, recuperare svalutazione culturale del lavoro artigiano CRISI - 1° trimestre 2012: chiuse 30 imprese al giorno pari a una ogni 45 minuti PMI - Bilancio: il 27% lo chiuse in perdita con punte di +30% tra le microimprese LAVORO - Riforma: approvata dal Senato revisione misure su responsabilità solidale appalti FISCO - Provvedimenti fiscali: gli ultimi in sintesi

Seguici su

IM-Impresamia su Twitter

Login

Effettua il login al sito per accedere a tutte le notizie non in abbonamento. _______________

Lavori parlamentari

Corsi Master Stage

Scadenze fiscali

Home ABC dell'impresa Osservatorio DRAGHI - Audizione del 17 marzo 2009
DRAGHI - Audizione del 17 marzo 2009 PDF Stampa E-mail
Tweet me!
Osservatorio
AddThis Social Bookmark Button

Indagine conoscitiva sulle tematiche relative al sistema bancario e finanziario

Tutte le principali economie avanzate hanno registrato una forte contrazione del prodotto nel quarto trimestre del 2008. La domanda per consumi e investimenti si abbassa per il rapido e generale peggioramento del clima di fiducia tra famiglie e imprese; per l’aumento della disoccupazione; per la caduta delle quotazioni azionarie e del valore degli immobili; per le più restrittive condizioni di accesso al credito.
La recessione si è trasmessa alle economie emergenti, colpite dalla caduta delle esportazioni verso quelle avanzate, dal calo dei prezzi delle materie prime e dalla repentina inversione dei flussi di capitale. Particolarmente vulnerabili sono le economie più dipendenti dai finanziamenti esteri, come quelle dell’Europa centrale e orientale.
Il Fondo monetario internazionale e altri previsori ufficiali e privati hanno progressivamente corretto al ribasso le stime di crescita dell’economia mondiale.
A gennaio l’FMI prevedeva una caduta degli scambi commerciali di quasi il 3 percento nel 2009 e un calo del PIL dell’1,6 per cento negli Stati Uniti, del 2,0 nell’area dell’euro, del 2,6 in Giappone; ha già annunciato che le stime sono di nuovo in corso di revisione alla luce dei dati più recenti. La crescita del prodotto mondiale risulterà probabilmente negativa nella media dell’anno.
Le autorità di politica economica hanno agito con prontezza per contenere il diffondersi della crisi finanziaria e contrastarne gli effetti sull’economia reale. Le banche centrali hanno fornito, con interventi senza precedenti per dimensione e per intensità del coordinamento internazionale, ampia liquidità al sistema finanziario. Le autorità di governo hanno introdotto o rafforzato le garanzie sui depositi e i titoli bancari, hanno effettuato o predisposto interventi di ricapitalizzazione delle istituzioni finanziarie.
Gli interventi hanno evitato un collasso del sistema, ma non hanno ancora portato chiarezza sui bilanci di quelle banche che più hanno investito in titoli "tossici”: permane l’incertezza sull’entità e la distribuzione delle perdite nei bilanci di quelle che erano le più grandi banche mondiali. Inoltre è prevedibile che la recessione deteriorerà gli attivi bancari.
Ristabilire la fiducia nelle istituzioni finanziarie e ripristinare il buon funzionamento dei mercati del credito è indispensabile, insieme con il sostegno alla domanda proveniente dalle politiche monetarie e fiscali, per riavviare la crescita.
Nelle principali economie i tassi di interesse ufficiali si collocano ora a livelli minimi. I margini per l’azione della leva monetaria sono limitati; sono tuttavia possibili, e in parte si stanno attuando, misure non convenzionali di politica monetaria; in alcuni casi, in particolare negli Stati Uniti, la banca centrale si è messa in condizione di intervenire direttamente per assicurare liquidità al
settore privato su particolari segmenti del mercato del credito.
I principali governi hanno deciso misure di stimolo fiscale per contrastare la
contrazione del reddito e dell’occupazione. Negli Stati Uniti è stato varato un
piano di misure di spesa e tagli fiscali, che sfiora gli 800 miliardi di dollari, con un
impatto complessivo sul disavanzo del triennio 2009-2011 pari a circa il 5 per
cento del PIL annuale. L’entità delle misure di sostegno è minore, ma cospicua,
nei paesi europei e in Giappone, riflettendo in parte anche le diverse condizioni
iniziali delle finanze pubbliche e il diverso operare degli stabilizzatori automatici.
Anche in Cina il governo ha annunciato un ampio programma di spese
straordinarie per sostenere la domanda.
L’importanza della cooperazione internazionale per il ritorno a una stabile
crescita economica globale e il rafforzamento del sistema finanziario
internazionale è stata sottolineata con convinzione nell’incontro dei ministri e
governatori del G20 tenutosi a Brighton nel fine settimana.

In Italia, come nel resto dell’area, la recessione aggravatasi a metà del 2008
dovrebbe proseguire nel corso dell’anno. Tutti gli indicatori (produzione,
ordinativi e giacenze di magazzino) continuano a segnalare ritmi produttivi molto
bassi. Nel primo trimestre di quest’anno il prodotto interno lordo si contrarrebbe
per la quarta volta consecutiva; è verosimile che l’intero 2009 si chiuda con un
nuovo, significativo calo dell’attività economica, concentrato soprattutto nel
settore privato.
Le difficoltà dei principali mercati di sbocco hanno inciso sulle esportazioni,
che erano state il più importante sostegno della domanda nel 2006-07. In gennaio
le esportazioni italiane verso i mercati esterni all’Unione Europea sono scese a
minimi storici. I piani di investimento delle imprese sono stati drasticamente
ridotti a causa degli ampi margini inutilizzati di capacità produttiva.
L’inflazione al consumo, in discesa dallo scorso autunno, era pari in
febbraio all’1,6 per cento; dovrebbe continuare a scendere sino alla prossima
estate, grazie soprattutto all’andamento dei prezzi dei prodotti energetici e
alimentari. Nonostante la contrazione dei livelli di attività, i maggiori organismi
internazionali e gli analisti non prevedono l’avvio di una spirale deflazionistica.
L’importo delle maggiori spese e delle riduzioni di entrate approvate in
Italia per finalità anticicliche è circa mezzo punto percentuale del PIL; queste
azioni sono finanziate da interventi di segno opposto. Ulteriori misure hanno
indirizzato risorse già stanziate verso impieghi più efficaci a stimolare la domanda
aggregata.
La scelta delle forme che assumono gli interventi pubblici a sostegno della
domanda non è meno importante della loro dimensione. Essi devono sostenere il
consumo delle fasce più deboli e rafforzare la capacità di crescita dell’economia
con investimenti pubblici caratterizzati da un elevato tasso di rendimento e da una
pronta capacità di spesa.
Il Governo ha esteso temporaneamente a gran parte delle tipologie di
lavoratori atipici la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali; ulteriori
miglioramenti sono stati definiti la scorsa settimana. Il finanziamento di questi
interventi è stato di recente ampliato grazie all’intesa tra Stato e Regioni. Questi
provvedimenti sono opportuni. Resta però l’esigenza di impostare fin da ora una
riforma complessiva.
Il Governo ha anche annunciato di avere allo studio provvedimenti per
facilitare l’ampliamento degli edifici residenziali e ridurre i contributi di
costruzione. Modalità, contenuti e tempi di eventuali interventi non sono ancora
noti. Una semplificazione degli adempimenti e una riduzione degli oneri potrebbe
avere effetti di stimolo. La complessità della materia, la presenza di competenze
concorrenti fra Stato e regioni, la necessità di congegnare l’intervento in modo da
preservare ambiente naturale ed equilibrio urbanistico ne rendono però incerta la
portata da un punto di vista congiunturale.
I crediti commerciali che le imprese vantano nei confronti delle
Amministrazioni pubbliche, connessi con dilazioni e ritardi nel pagamento di beni
e servizi, sono molto elevati: circa il 2,5 per cento del prodotto interno lordo, oltre
il 30 per cento della spesa annua delle Amministrazioni per consumi e
investimenti. Un’accelerazione dei pagamenti darebbe sostegno alle imprese senza
appesantire strutturalmente i conti pubblici.
In paesi come l’Italia, dove è alto il debito pubblico, interventi di breve
periodo ampi e incisivi vanno compensati da misure strutturali che diano subito la
certezza del riequilibrio del bilancio nel medio periodo. Allungare lo sguardo è
essenziale: la sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo è fondamentale
anche per assicurare l’efficacia delle politiche di breve.

Il credito e le banche
Il credito delle banche italiane ha decelerato nettamente. A gennaio il tasso
di crescita su tre mesi dei prestiti erogati al settore privato è sceso al 2,3 per cento
su base annua (correggendo per l’effetto contabile delle cartolarizzazioni), dall’8,6
di settembre; sulla base di dati parziali, si può stimare che in febbraio gli impieghi
siano leggermente diminuiti sul mese precedente.
Il rallentamento ha interessato tutte le categorie di debitori. Per le imprese il
tasso di crescita su tre mesi è stato in gennaio pari al 5,5 per cento, circa tre punti
in meno che a settembre; diminuivano però i prestiti alle imprese con meno di 20
addetti e all’industria manifatturiera. La caduta dell’attività produttiva e
l’incertezza sull’andamento futuro dell’economia hanno ridotto la domanda di
credito per investimenti e per il finanziamento delle scorte e del capitale
circolante.
Per le famiglie la crescita era del 3,3 per cento in gennaio, contro il 4,7 di
settembre. La dinamica del credito alle famiglie, assai sostenuta qualche anno fa,
si era già moderata prima dell’inizio della crisi finanziaria; la flessione delle
transazioni immobiliari e la caduta dei consumi di beni durevoli hanno provocato
un’ulteriore frenata. Per quanto riguarda i mutui per l’acquisto di abitazioni, che
costituiscono il 68 per cento del credito alle famiglie consumatrici, nel quarto
trimestre dell’anno le nuove erogazioni di prestiti si sono ridotte del 20 per cento
rispetto allo stesso periodo del 2007. Il credito al consumo finalizzato all’acquisto
di beni e servizi – che è pari al 6 per cento del credito alle famiglie concesso dalle
banche – ha segnato un forte rallentamento.
Nel 2008 le nuove erogazioni a tasso fisso sono state pari a 36 miliardi, il 64
per cento del totale dei mutui concessi alle famiglie, contro 32 miliardi (51 per
cento) nel 2007. Il forte differenziale che esisteva tra l’Italia e la media dell’area
dell’euro nel costo dei nuovi mutui a tasso fisso (un punto percentuale alla metà
del 2007) si è oggi ridotto fin quasi ad annullarsi. Negli ultimi mesi la quota delle
nuove erogazioni a tasso fisso è leggermente diminuita, pur restando elevata
rispetto al passato (55 per cento in gennaio). A questa riduzione ha contribuito il
calo dei tassi d’interesse sui mutui a tasso variabile, che ha reso questi ultimi più
appetibili per le famiglie; dal lato dell’offerta, le difficoltà incontrate negli ultimi
mesi dalle banche nel reperire fondi a lungo termine possono averle indotte a
limitare l’offerta di mutui a tasso fisso.
Al ristagno del credito contribuisce anche una politica più cauta delle
banche nella concessione di prestiti a famiglie e imprese. Secondo le banche
italiane partecipanti alla Bank Lending Survey, nel quarto trimestre del 2008 le
condizioni di credito sarebbero state moderatamente ristrette, mentre la domanda
di credito delle imprese sarebbe stata sostanzialmente stagnante. Tra settembre e
dicembre le linee di credito esistenti si sono ridotte dell’1 per cento, a fronte di
una sostanziale stasi delle effettive erogazioni.
La maggiore cautela delle banche nell’erogazione di credito deriva dalle
difficoltà sui mercati della provvista e dal deterioramento del merito di credito
della clientela.
Nel 2008 la raccolta delle banche italiane presso intermediari non residenti
si è ridotta di quasi il 10 per cento. All’inaridimento dei flussi di provvista
dall’estero le banche hanno fatto fronte ricorrendo alla raccolta presso le famiglie,
soprattutto tramite il collocamento di obbligazioni. Questo ha consentito alla
raccolta complessiva di continuare ad espandersi, non ne ha impedito un deciso
rallentamento; il tasso di crescita medio è sceso dall’11 per cento del 2007 al 5 per
cento del 2008; in gennaio si è confermato lo stesso valore.
Nello stesso anno i prestiti al settore privato sono cresciuti a un tasso
superiore (7,3 per cento). I finanziamenti concessi dalle banche di grandi
dimensioni, che fanno maggiore affidamento sulla raccolta estera e sono più
esposte alle pressioni dei mercati, hanno subìto una frenata più intensa. Le banche
locali hanno invece mantenuto flussi di credito analoghi a quelli precedenti la
crisi, anche grazie a un maggiore afflusso di fondi La recessione sta incidendo sulla qualità del credito. Il rapporto tra nuove
sofferenze e impieghi alle imprese è in rapido aumento: alla fine del 2008 ha
raggiunto il 2 per cento, il valore più alto dal 1999 se si esclude il picco toccato
nel 2003 con il fallimento del gruppo Parmalat. Secondo informazioni preliminari,
nei primi due mesi del 2009 il numero dei clienti segnalati in sofferenza per la
prima volta è ancora cresciuto; l’esposizione verso il sistema creditizio di questa
categoria di debitori è più che raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2008.
La qualità del credito delle famiglie, pur con un lieve peggioramento, resta
elevata.
L’indebitamento privato è in Italia considerevolmente inferiore a quello di
altri paesi. Per le famiglie, i debiti finanziari, benché cresciuti rispetto al passato,
sono il 49 per cento del reddito disponibile, contro oltre il 90 dell’area dell’euro, il
150 circa del Regno Unito e degli Stati Uniti. Per le imprese il rapporto fra debiti
finanziari e prodotto è pari al 75 per cento, rispetto a una media dell’area più
elevata di circa 13 punti; negli Stati Uniti e nel Regno Unito il rapporto è
prossimo, rispettivamente, al 77 e al 113 per cento. Nel confronto con gli anni
precedenti la recessione del 1993 la condizione finanziaria delle imprese italiane
appare oggi più solida. Alla fine del 2007 il rapporto tra indebitamento e capitale
proprio, calcolato sulla base dei bilanci di oltre 50.000 imprese, era pari a circa il
50 per cento, sette punti in meno rispetto all’inizio degli anni novanta; soprattutto
è oggi più ampio il grado di copertura degli oneri finanziari con le fonti interne di
finanziamento.
In questi diciotto mesi di crisi le maggiori banche italiane hanno sofferto
perdite più contenute rispetto a quelle di altri paesi, grazie a una scarsa
esposizione ai titoli tossici, al forte radicamento nell’attività bancaria tradizionale,
alla prudenza del quadro regolamentare e di supervisione, al minor grado di
indebitamento dei loro clienti. Per i principali gruppi gli strumenti strutturati di credito rappresentano meno
del due per cento degli attivi di bilancio. Gli investimenti nei titoli più complessi
sono una quota esigua.
La dotazione di patrimonio delle nostre banche, che, a differenza di quanto
accaduto in quasi tutti gli altri principali paesi, non ha ancora beneficiato degli
interventi di ricapitalizzazione pubblica, si è mantenuta al di sopra dei minimi
regolamentari. La leva finanziaria dei maggiori gruppi bancari italiani – un
indicatore semplice, che prescinde dalla complessa ponderazione degli attivi per il
rischio prevista dalle regole di Basilea 2 – è considerevolmente più ridotta di
quella delle principali banche europee.
L’incidenza degli strumenti ibridi di capitale, la componente meno robusta
del patrimonio di primo livello, è contenuta, perché la Banca d’Italia ha applicato
in proposito limiti molto più stringenti degli standard internazionali. Ne consegue
che anche considerando misure “tangibili” di capitale il giudizio sulla solidità
delle banche italiane non muta. Il calcolo del patrimonio delle banche italiane a
fini di vigilanza, in linea con gli standard internazionali, esclude il valore
contabile dell’avviamento, una voce che nelle attuali condizioni di mercato può
essere soggetta a significative incertezze; pertanto, eventuali svalutazioni
(“impairment”) di questa voce non avrebbero effetto sul patrimonio di vigilanza.
Il mercato nelle sue valutazioni sconta però che un ulteriore rafforzamento
si possa rendere necessario. Le banche devono prepararsi a fronteggiare i rischi,
che si stanno già materializzando, derivanti dal rapido deterioramento
congiunturale. Un modello di intermediazione fondamentalmente sano le ha finora
tenute al riparo dalle conseguenze più gravi della crisi finanziaria; non le può
rendere impermeabili alla recessione globale. L’irrobustimento del capitale, anche
con gli strumenti messi a disposizione dallo Stato, è condizione per sostenere la
capacità del sistema bancario di fornire credito all’economia.
Nel 2009 continuerà la compressione del margine di intermediazione – i
ricavi complessivi delle banche – che già nel 2008 avrebbe registrato per l’intero
sistema una contrazione di circa il 5 per cento, nonostante la crescita ancora molto
sostenuta, nell’ordine dell’8 per cento, del margine d’interesse (fondamentalmente
il saldo tra interessi attivi e passivi). Come in passato è verosimile che il calo
dell’attività economica e dei tassi di interesse inciderà negativamente anche sui
ricavi da interesse. Secondo stime econometriche la riduzione di un punto
percentuale del prodotto interno lordo si rifletterebbe in una diminuzione di 0,7
punti percentuali del margine di interesse; il calo potrebbe essere molto più
ampio, nell’ordine di 3,5 punti percentuali, in seguito alla riduzione di un punto
dei tassi di interesse del mercato monetario.
Sul versante internazionale, pesano sui bilanci delle nostre maggiori banche
le esposizioni verso alcune economie dell’Europa centro-orientale, che stanno
subendo gli effetti negativi, particolarmente acuti, degli squilibri macroeconomici
accumulati in passato. Nel settembre scorso, secondo i dati della Banca dei
regolamenti internazionali, l’esposizione del sistema bancario italiano verso questi
paesi ammontava a poco più di 150 miliardi di euro, pari al 5 per cento del totale
dell’attivo. L’esposizione è concentrata (per oltre il 70 per cento) in cinque paesi
(Polonia, Croazia, Russia, Ungheria, Slovacchia). La situazione viene
attentamente monitorata dalla Vigilanza. In ambito europeo ci sono volontà
politica e strumenti per intervenire, se se ne presenta la necessità, per prevenire
crisi regionali.
Dalla fine di settembre fino a ieri le quotazioni azionarie delle maggiori
banche italiane hanno perso, in media, oltre il 50 per cento, una flessione analoga
a quella osservata per le principali banche europee. L’andamento delle quotazioni
delle banche internazionali non è stato positivamente influenzato dalle misure di
ricapitalizzazione attuate all’estero.
Nello stesso periodo i premi sui credit default swaps (CDS) delle maggiori
banche italiane, che partivano da livelli contenuti nel confronto internazionale,
sono mediamente cresciuti di circa 70 punti base, collocandosi intorno a 180 punti
base, un valore analogo al premio che si osservava ieri per il corrispondente indice
europeo. I movimenti dei premi sui CDS vengono influenzati da variazioni
significative della liquidità dei contratti.
Ho avuto più volte occasione di ricordare che fin dall’inizio delle
turbolenze, nell’estate del 2007, la Banca d’Italia mise in evidenza l’assoluta
necessità che le banche controllassero adeguatamente il rischio di liquidità.
Monitoraggio rafforzato, azione di persuasione, interventi specifici hanno sortito
rapidi, significativi effetti; hanno fatto sì che le banche italiane potessero
affrontare l’aggravarsi della crisi finanziaria nel settembre scorso con una
situazione di liquidità equilibrata, che ha loro consentito di superarne senza
incidenti le fasi più severe.
Agli interventi di vigilanza, alla partecipazione della Banca d’Italia alle
decisioni e azioni collettive dell’Eurosistema, all’attività di supporto svolta nei
confronti del Governo e del Parlamento per l’adozione di provvedimenti miranti a
ridare fiducia ai mercati – li richiamerò tra breve – si sono accompagnate
numerose iniziative che abbiamo assunto direttamente, nell’esercizio delle nostre
funzioni monetarie, per alleviare specifiche difficoltà. Ne ho riferito altrove in
dettaglio. Desidero richiamare in particolare le operazioni di swap con le quali
abbiamo messo a disposizione delle banche parte dei titoli di migliore qualità del
portafoglio della Banca d’Italia, a fronte di attività bancarie non stanziabili, per
accrescere la loro capacità di accedere al rifinanziamento dell’Eurosistema nei
momenti di tensione. Tali operazioni sono state attuate a più riprese a partire dal
16 ottobre.
La forza patrimoniale della banca centrale italiana è stata in questi mesi
estremamente importante. Ci ha consentito di impostare e attuare gli interventi che
ritenevamo necessari per sostenere la liquidità del sistema, con prontezza e per
importi significativi, senza mettere a rischio gli equilibri di bilancio.
La situazione della liquidità interbancaria, per quanto meno tesa di qualche
mese fa, è ancora ben lontana dalla normalità. Iniziative per ricostruire la fiducia e
rilanciare gli scambi sono tuttora necessarie.
Il 2 febbraio hanno preso avvio le contrattazioni sul nuovo mercato
interbancario collateralizzato (MIC), nato dalla collaborazione tra la Banca
d’Italia, l’Associazione bancaria italiana e la società e-MID che gestisce
l’omonima piattaforma elettronica. Esso offre alle banche partecipanti la
possibilità di effettuare transazioni anche su scadenze di medio termine, in
maniera anonima e al riparo dai rischi di credito e di liquidità. La Banca d’Italia
valuta il collateral depositato dalle banche partecipanti e assicura il regolamento
delle operazioni nel caso una controparte risulti inadempiente; al funzionamento
dello schema contribuiscono, sulla base di un principio mutualistico, le banche
stesse, chiamate a sopportare parte del costo di un eventuale dissesto. Il MIC è
aperto alle banche europee che rispettino i requisiti previsti per quelle italiane,
previa intesa con le banche centrali dei rispettivi paesi di origine. I volumi
operativi realizzati e i prezzi degli scambi sono soddisfacenti. Tra la prima e la
sesta settimana di attività le transazioni medie giornaliere sono passate da 50 a
318 milioni di euro; le consistenze dei depositi hanno raggiunto i 2 miliardi. Sulle
scadenze a una e due settimane, le più trattate dalle banche, i tassi di interesse
espressi dal MIC sono stati costantemente inferiori a quelli delle corrispondenti
scadenze nel segmento palese dell’e-MID, tra i 10 e i 30 punti base in media
settimanale; sui medesimi contratti gli spread denaro-lettera relativi alle migliori
quotazioni esposte nelle pagine MIC si sono progressivamente ridotti, da 5 a 1
punto base, a riprova della crescente liquidità del mercato.
In tutti i maggiori paesi le autorità sono intervenute a sostegno del sistema
finanziario. In Italia Governo e Parlamento, con il supporto tecnico della Banca
d’Italia, hanno adottato un insieme di provvedimenti per proteggere i depositanti,
sostenere la liquidità e il patrimonio delle banche, rafforzare la loro capacità di

finanziare l’attività produttiva. Le misure, assunte ricorrendo alla decretazione
d’urgenza, sono state convertite con le leggi n. 190, del 4 dicembre 2008, e n. 2,
del 28 gennaio scorso. Ritengo utile richiamare brevemente i punti principali.
Con una prima misura (contenuta nel decreto-legge n. 155 del 2008,
convertito con la legge 190) si è concessa la garanzia dello Stato ai depositi
bancari al dettaglio. La garanzia si è affiancata all’assicurazione fornita dai fondi
interbancari già esistenti. Il provvedimento è stato importante per rassicurare i
risparmiatori nei momenti di maggiore ansia sui mercati.
Un altro insieme di misure, contenuto nel decreto-legge n. 157 del 2008,
consente al Ministero dell’economia e delle finanze di concedere la garanzia dello
Stato sulle nuove passività bancarie con durata residua tra tre mesi e cinque anni;
di garantire i soggetti che offrono alle banche titoli stanziabili per le operazioni di
rifinanziamento presso l’Eurosistema; di fornire alle banche titoli di stato in
cambio di loro passività di nuova emissione (quest’ultima possibilità si affianca
alle operazioni di asset swap della Banca d’Italia prima richiamate). Tutte queste
misure servono ad assicurare alle banche accesso a un’adeguata provvista di
liquidità, in modo da garantire che non sia mai interrotto, neppure in condizioni di
grave turbolenza, il normale funzionamento del sistema del credito e dei
pagamenti. L’annuncio della loro adozione ha contribuito, insieme ai forti
interventi delle autorità monetarie, ad alleviare le tensioni sul mercato
interbancario nello scorso autunno.
In terzo luogo, per fronteggiare eventuali casi di difficoltà conclamata, il
decreto-legge 155 consente al Tesoro di sottoscrivere aumenti di capitale di
banche per le quali la Banca d’Italia abbia accertato una situazione di
inadeguatezza patrimoniale. La partecipazione dello Stato assume la forma di
azioni senza diritto di voto privilegiate nella distribuzione dei dividendi;
l’intervento pubblico deve essere accompagnato da un piano di risanamento
valutato dalla Banca d’Italia.
Infine, il decreto-legge 185 del 2008 (convertito con la legge n. 2) consente
un intervento finanziario dello Stato per accrescere il capitale delle banche
fondamentalmente sane. Non si tratta in questo caso di operazioni di salvataggio,
ma di una misura per rafforzare il sistema e per evitare che, in un contesto
macroeconomico fortemente deteriorato, si avvii una spirale perversa tra emergere
di sofferenze e restrizione del credito. Lo Stato interviene sottoscrivendo
strumenti finanziari emessi dalle banche, che possono essere computati a fini
prudenziali nel patrimonio di migliore qualità (core tier 1), perché tanto la loro
remunerazione quanto il loro valore dipendono dalla redditività e dall’adeguatezza
patrimoniale della banca e sono quindi in grado di contribuire ad assorbire in ogni
circostanza eventuali perdite. Le banche richiedenti devono adottare un codice
etico, anche in tema di remunerazione del management, e impegnarsi a sostenere
il finanziamento della clientela, in particolare delle famiglie e delle piccole e
medie imprese. Quest’ultimo impegno è stato opportunamente definito tenendo
conto del livello della domanda di finanziamenti e della necessità di mantenere
criteri di prudente allocazione del credito.
Lo strumento è stato reso operativo con un decreto del Ministro
dell’economia e delle finanze. La Banca d’Italia ha fornito alle banche le
necessarie disposizioni tecniche. Le condizioni economiche delle emissioni
devono rispettare certe linee guida stabilite dalle autorità comunitarie; sono stati
definiti più schemi alternativi, anche su richiesta della Banca d’Italia, per rendere
più conveniente l’adesione allo schema da parte di intermediari che prevedono di
riscattare lo strumento in tempi relativamente brevi. Le condizioni degli strumenti
italiani sono allineate a quelle offerte da altri paesi europei. Mi attendo che le
banche ne facciano uso per importi adeguati.
La legge prevede un monitoraggio sulle operazioni e sui loro effetti
sull’economia e istituisce speciali osservatori presso le prefetture, con la
partecipazione dei soggetti interessati. La Banca d’Italia fornisce al Ministero
dell’economia dati ed analisi sull’andamento del credito e sui suoi costi, su base
regionale, a ulteriore integrazione e completamento delle ampie informazioni
disaggregate a livello territoriale già diffuse nelle proprie pubblicazioni. Le
informazioni statistiche consentiranno di individuare eventuali specifiche
situazioni di tensione.
È essenziale che l’analisi delle condizioni del credito a livello locale non
sconfini in un ruolo di pressione sulle banche che spinga ad allentare il rispetto di
criteri di sana e prudente gestione nella selezione della clientela. Ritengo che
debbano essere evitate interferenze politico-amministrative nelle valutazioni del
merito di credito di singoli casi. Il credito è e deve restare attività imprenditoriale,
basata su un prudente apprezzamento professionale della validità dei progetti
aziendali. Le banche imprudenti prima o poi finiscono in dissesto e smettono
anche di far credito. Ma la prova sollecitata dalla crisi è severa e richiede di sapere
essere bravi banchieri anche quando l’economia va male. Di fronte all’inevitabile
peggioramento della qualità del credito dovuta alla recessione occorrono scelte
lungimiranti: non basta tenere i conti in ordine. Un fermo sostegno ai clienti con
buon merito di credito evita che una stretta creditizia eccessiva aggravi la
recessione e quindi peggiori la posizione degli stessi clienti delle banche. Come
ho già detto, bisogna cogliere ogni occasione per irrobustire il patrimonio degli
istituti nelle forme più appropriate ai singoli casi: dal ricorso al mercato, alla
capitalizzazione dei dividendi, agli strumenti offerti dallo Stato.
Ripristinare condizioni di fiducia nel sistema bancario è questione globale,
non nazionale. Quattro condizioni mi paiono essenziali. Primo, vanno dissipate le
incertezze che ancora restano sul valore degli attivi più problematici nei bilanci
bancari; questo deve divenire parte integrante degli interventi pubblici a supporto
del sistema finanziario. È indispensabile, specie in Europa, che simili schemi
rispondano a principi comuni, per evitare disparità competitive tra gli intermediari
dei diversi paesi e tra banche più o meno esposte al problema delle attività a
rischio. Secondo, nel determinare obiettivi di ricapitalizzazione è essenziale che le
definizioni del capitale bancario siano comuni a livello internazionale.
Terzo, le autorità hanno chiarito che intendono proteggere tutte le istituzioni
sistemicamente rilevanti, dotarle del capitale necessario per affrontare condizioni
di stress, proteggere i depositanti, lasciare che siano solo gli azionisti a sopportare
eventuali perdite. Gli altri creditori delle banche sono nella sostanza protetti da
perdite. Questo va spiegato con assoluta chiarezza; è l’unico modo per abbassare
drasticamente i premi al rischio che i mercati ancora richiedono sulle passività
bancarie.
Quarto, è ora di passare dalla sistemazione dei problemi ereditati dal passato
alla riflessione sul modo di assicurare la disponibilità di credito da ora in poi. A
questo fine ricapitalizzare le banche è necessario ma non basta; occorre pensare a
strumenti nuovi, anche non convenzionali.
Quest’ultimo punto è particolarmente rilevante per l’Italia. Nel caso italiano
la neutralizzazione degli strumenti finanziari complessi che hanno registrato forti
perdite ha un rilievo limitato. È più importante trovare strumenti che incidano in
modo diretto sulla disponibilità di prestiti per le imprese e per le famiglie.
Una possibilità è rappresentata dall’emissione di garanzie pubbliche sulle
senior tranche di insiemi di nuovi crediti, con l’obiettivo di ridar vita a un
importante canale di finanziamento, le cartolarizzazioni di prestiti, oggi del tutto
inaridito. Se le banche sono in grado di collocare parte dei propri crediti su un
mercato secondario attivo e liquido, esse possono utilizzare la liquidità ottenuta
per riattivare l’offerta di credito.
Un simile schema dovrebbe essere attentamente disegnato per assicurarne
l’efficacia in termini di erogazione di nuovi prestiti, fornire una corretta struttura
di incentivi alle banche, minimizzare il costo per i contribuenti. La banca
originante dovrebbe trattenere parte del rischio, mantenendo così l’incentivo a
selezionare prenditori meritevoli; dovrebbe corrispondere una remunerazione
adeguata per il rilascio della garanzia, commisurata alla qualità dei crediti
sottostanti. Limitare la garanzia pubblica alla quota meno rischiosa del pool dei
prestiti cartolarizzati evita di addossare allo Stato un ruolo inappropriato nella
valutazione del merito di credito. Potrebbero essere previsti criteri oggettivi per
selezionare crediti di buona qualità (ad esempio mutui con un rapporto tra prestito
e valore dell’immobile non superiore a una certa soglia; prestiti alle piccole e
medie imprese assistiti dalla garanzia del Fondo di garanzia per le piccole e medie
imprese), in modo da incoraggiare la sottoscrizione da parte del mercato
dell’intero pool di crediti cartolarizzati e contribuire a limitare il possibile costo
per il contribuente.
Alcuni aspetti del trattamento fiscale delle banche e di altri intermediari, per
cui non vi è una chiara logica economica e che determinano svantaggi competitivi
nei confronti di altri paesi, dovrebbero essere riconsiderati.
Le svalutazioni di crediti possono essere dedotte dal reddito imponibile delle
banche solo fino allo 0,3 per cento degli impieghi; le svalutazioni eccedenti
questo limite sono rateizzate in 18 anni. Tali limiti e dilazioni sono stati
ripetutamente inaspriti negli ultimi anni. Per essi è difficile trovare giustificazioni
economiche o riscontri in altri grandi paesi europei. In Francia, Germania e Regno
Unito le svalutazioni su crediti possono essere dedotte analiticamente, in linea con
quelle iscritte in bilancio; in Francia e in Germania sono anche consentiti
accantonamenti a forfait. La penalizzazione determinata dal sistema italiano è
prociclica, perché pesa di più in fasi di congiuntura negativa, quando le perdite su
crediti aumentano; incide sproporzionatamente sul sistema creditizio in questo
momento.
I limiti alla deducibilità delle svalutazioni determinano nel bilancio delle
banche un anticipo di imposte, in sostanza un credito verso l’erario, che alla fine
del 2007 assommava a circa 4 miliardi; per il 2008 essi valgono circa 1,4 miliardi.
Le svalutazioni sono anche indeducibili ai fini IRAP e quindi gravano sugli utili
di esercizio. L’effetto complessivo dei limiti alla deducibilità sugli utili delle
banche è di circa 400 milioni all’anno.
Nel momento in cui la perdita si realizza, la deducibilità è consentita in ogni
caso se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali; altrimenti
l’Amministrazione finanziaria può contestare che la perdita sia “certa e precisa”,
con rischio di contenzioso. Il rischio incide sul costo e sulla disponibilità del
credito. Nella fase attuale, in cui è presumibile un aumento delle perdite su crediti,
sarebbe opportuno ridurre il più possibile le cause di incertezza normativa e
quindi i connessi rischi fiscali per il sistema.
Dal 2008 una parte degli interessi passivi a carico delle banche (attualmente
il 4 per cento) non è più deducibile ai fini dell’Ires e dell’IRAP; il limite vale
anche per transazioni sul mercato interbancario, concorrendo a frenarne
l’operatività. Gli interessi passivi sono per le banche quello che il costo delle
materie prime è per qualsiasi impresa. Né gli Stati Uniti né i principali paesi
europei hanno norme equivalenti. Dallo stesso anno ai fini dell’IRAP le spese
amministrative e gli ammortamenti non sono deducibili per una quota del 10 per
cento, mentre i dividendi sono esenti per il 50 per cento dell’ammontare
percepito: queste limitazioni sono specifiche al settore finanziario e non
riguardano le altre imprese. Secondo stime ufficiali il costo complessivo
dell’indeducibilità degli interessi passivi nell’anno in corso è circa 1,1 miliardi di
euro, di cui un quarto attribuibile a transazioni con altre banche.
Dal 2009 è venuta meno la norma che esentava dall’IVA le prestazioni di
servizi ausiliari all’interno di un gruppo bancario. L’esenzione limitava il costo in
cui le banche incorrono a causa dell’indetraibilità dell’IVA sugli acquisti di beni e
servizi e suppliva all’inesistenza nel nostro ordinamento del regime del “gruppo
IVA”, che in molti paesi d’Europa consente di non applicare l’IVA agli scambi
intra-gruppo. È auspicabile che l’ordinamento italiano accolga il regime del
gruppo IVA previsto dalla direttiva comunitaria, allineandosi alle scelte compiute
dai principali stati membri dell’Unione.
Tenuto conto che, secondo valutazioni governative, i maggiori oneri per
l’indetraibilità dell’IVA erano stimati in 400 milioni all’anno, la riduzione
complessiva degli utili netti delle banche per effetto delle misure specifiche sulla
fiscalità diretta e indiretta è prossima, nell’anno in corso, a quasi 2 miliardi.
Imposte elevate si traducono in meno autofinanziamento, meno patrimonio,
minor capacità di far credito.
Sempre, ma soprattutto in periodi di crisi, valore prezioso per una banca è il
suo buon nome, fondamento di un solido rapporto con la clientela. Salvaguardare
e accrescere la reputazione del sistema bancario richiede comportamenti concreti
irreprensibili, non meno che norme rigorose.
Relazioni trasparenti e corrette con la clientela proteggono il consumatore;
stimolano la concorrenza, assicurando piena comparabilità tra prodotti; sono un
elemento importante della sana e prudente gestione degli intermediari, perché
riducono i rischi reputazionali e legali; tutelano la stabilità del sistema.
Vigilare sulla trasparenza e correttezza di chi offre prodotti finanziari e
servizi di investimento spetta alla Consob. Per le operazioni tipicamente bancarie
la tutela è affidata dalla legge alla Banca d’Italia. Questa attività ha ricevuto
maggiore impulso negli ultimi anni. Abbiamo costituito una specifica unità
organizzativa per seguire i rapporti tra banche e clienti. Abbiamo messo mano a
una radicale revisione della regolamentazione, per la parte che ci compete.
Domani saranno aperte alla consultazione pubblica, su Internet, due proposte
importanti: una per la concreta istituzione del nuovo sistema di risoluzione
stragiudiziale delle controversie tra banche e clienti; l’altra su nuove disposizioni,
messe a punto anche confrontandosi con le associazioni delle banche, degli altri
intermediari e dei consumatori, che accresceranno l’efficacia della tutela della
correttezza nei rapporti con la clientela. Con queste norme intendiamo rendere i
documenti per la clientela più chiari, sintetici e confrontabili. Utilizzeremo strumenti particolarmente incisivi per i prodotti di più ampio utilizzo, mutui e
conti correnti.
Da tempo abbiamo rafforzato i controlli; nei limiti dei nostri poteri, li
abbiamo orientati a verificare l’osservanza sostanziale e non solo formale delle
norme. Negli ultimi tre anni abbiamo compiuto verifiche in più di 2.300 filiali,
appartenenti a 452 intermediari. Dove abbiamo riscontrato specifiche violazioni di
disposizioni concernenti la pubblicità delle condizioni offerte abbiamo avviato
procedure sanzionatorie (49 in tutto, 11 delle quali concluse con l’irrogazione di
sanzioni). In 206 casi, pur non ricorrendo gli estremi formali per sanzionare,
abbiamo richiamato l’intermediario a un rispetto sostanziale più rigoroso della
normativa; abbiamo richiesto l’adozione di assetti e controlli interni funzionali a
migliorare la qualità delle relazioni con la clientela. Ove necessario è stato chiesto
agli intermediari di restituire le somme indebitamente percepite dai clienti e darne
conto alla Vigilanza. Abbiamo recentemente esteso i controlli ai siti internet degli
intermediari, per assicurare agli utenti on line una tutela equivalente a quella
presso la rete tradizionale.
I clienti delle banche scrivono spesso alla Banca d’Italia per segnalare
comportamenti ritenuti non corretti. Riceviamo, in media, quasi 6.000 lettere
l’anno. In ogni singolo caso rispondiamo all’interessato e chiediamo agli
intermediari di spiegare la loro posizione e fornire una chiara risposta, dandocene
notizia; adottiamo gli opportuni interventi di vigilanza dove necessario.
In tema di mutui, abbiamo richiamato gli intermediari sulla necessità di
aderire a procedure interbancarie per la portabilità dei finanziamenti; le
innovazioni normative introdotte di recente permetteranno ora di sanzionare anche
il mancato rispetto di queste norme. Sui conti correnti viene svolta con cadenza
annuale una rilevazione campionaria delle condizioni praticate dalle banche, della
quale daremo conto nella nostra Relazione annuale.
La crisi ha messo in evidenza la necessità di correggere alcuni elementi
significativi dell’architettura finanziaria internazionale. Maggiore robustezza dei
requisiti di capitale delle banche e azioni per contrastarne gli effetti di
accentuazione del ciclo; limiti all’eccessivo indebitamento delle istituzioni
finanziarie; estensione della regolamentazione prudenziale a quei segmenti di
attività finanziaria che in alcuni paesi le sfuggivano ampiamente; rafforzamento
del ruolo delle banche centrali nel presidiare gli aspetti macroeconomici della
stabilità: questi sono gli elementi più importanti di un programma di revisione
radicale e serrato, che è stato messo in moto con una rapidità di azione e un grado
di coesione internazionale impensabili fino a poco tempo fa.
L’esigenza di un forte coordinamento globale è evidente e condivisa. Nella
governance del sistema finanziario hanno assunto un maggior ruolo le grandi
economie emergenti. Non è solo questione di equità; è condizione per l’efficacia
degli interventi.
Non mi soffermo su questi temi in questa sede. Mi preme però sottolineare
che migliorare il coordinamento della vigilanza è essenziale soprattutto a livello
europeo, se si vogliono preservare i benefici del mercato unico dei capitali. In
Europa sta crescendo il consenso per soluzioni coraggiose, che prevedano la
messa in comune di alcune funzioni di regolazione e di supervisione. La nuova
architettura della vigilanza europea non rinuncerà al patrimonio di conoscenze,
professionalità, vicinanza al mercato disponibili nelle autorità nazionali: dovrà
valorizzarli in un quadro integrato. L’esperienza del Sistema europeo di banche
centrali mostra che questa è una strada che si può percorrere con successo.
Il rapporto recentemente redatto da un gruppo di esperti europei di alto
livello (“Gruppo De Larosière”) va in questa direzione. Sottolineo in particolare
l’attenzione riservata alla vigilanza macroprudenziale, affidata ad un organismo
centralizzato; l’accento sull’armonizzazione di normative e standard di vigilanza;
l’indicazione di un coordinamento da parte delle autorità comunitarie dei “collegi”
che vigilano sui grandi gruppi bancari europei. Occorrerà disegnare con cura i
meccanismi decisionali del sistema, le competenze e responsabilità degli
organismi di vigilanza a livello europeo e a livello nazionale. È da apprezzare
l’intenzione della Commissione europea di procedere con la speditezza necessaria.
 

Ricevi gratis gli aggiornamenti di questo sito:

Fornito da FeedBurner

inncantiere2

Interviste del direttore

Convegno Unioncamere 05.07.2010

made_in_italy

I nostri servizi